Un premio meritato, costruito probabilmente nella stagione più difficile della sua esperienza sulla panchina dei Celtics. Boston ha chiuso con un record di 56-26, secondo posto nella Eastern Conference dietro ai sorprendenti Detroit Pistons. Non il miglior record della lega, non una regular season dominante come quella di due anni fa, ma forse un lavoro ancora più significativo.
Perché questi Celtics hanno dovuto convivere continuamente con problemi fisici (Tatum è stato fuori per buona parte della stagione), partenze di giocatori chiave, rotazioni cambiate di settimana in settimana e sempre con aspettative altissime, sono pure sempre i Celtics.
Eppure la squadra non ha mai perso identità.
Difesa aggressiva, ritmo controllato, spaziature curate e soprattutto una struttura tattica sempre riconoscibile. Anche nei momenti più complicati Boston ha continuato a sembrare una squadra vera, organizzata, con idee precise.
Ed è qui che Mazzulla ha fatto il salto definitivo.
Negli ultimi anni era stato criticato per il suo stile particolare, per la gestione emotiva del gruppo e perfino per il suo modo di comunicare. Oggi invece è diventato uno degli allenatori più rispettati della NBA, capace di adattarsi ai problemi senza snaturare il sistema Celtics.
Non è un caso che abbia ricevuto 62 voti per il primo posto nella corsa al premio, staccando nettamente la concorrenza.
E conoscendo Mazzulla, probabilmente questo riconoscimento gli interesserà relativamente. Qualche mese fa aveva detto che il Coach of the Year è "un premio stupido", spiegando che dovrebbe esistere piuttosto un premio dedicato all’intero staff tecnico. Una frase molto "Joe", quasi allergico ai riflettori e alle celebrazioni individuali, mentalità che a Boston piace parecchio.
Ora però arriva la parte più importante. Perché il Coach of the Year finisce in bacheca, ma a Boston l’unica cosa che entra davvero nella storia è un banner appeso al TD Garden e la deludente run ai playoff non ha lasciato troppo bene nessuno.