Il presidente dei Celtics torna sulla trade che ha portato Jaylen Brown a Philadelphia: non soltanto una questione economica, ma la convinzione che l’attuale struttura della squadra non fosse più sufficiente per tornare al titolo.
A oltre un mese dalla trade che ha mandato Jaylen Brown ai Philadelphia 76ers in cambio di Paul George e quattro scelte al Draft, Brad Stevens è tornato a spiegare le ragioni di una delle decisioni più controverse della recente storia dei Boston Celtics.
In un nuovo intervento, il presidente della franchigia ha chiarito come la scelta sia nata innanzitutto da una valutazione molto precisa: capire se continuare lungo la stessa strada avrebbe davvero permesso ai Celtics di raggiungere nuovamente il loro obiettivo.
"A un certo punto devi chiederti se la situazione attuale e ciò che hai fatto fino a quel momento possano portarti dove vuoi arrivare", ha spiegato Stevens. "Se la risposta è no, allora devi valutare altre strade, anche sapendo che nel breve periodo potrebbero essere molto difficili".
Parole che offrono una lettura più ampia dell’operazione. La cessione di Brown non sarebbe stata motivata soltanto dal peso dei contratti, ma dalla convinzione del front office che la struttura costruita attorno a lui e Jayson Tatum avesse ormai raggiunto il proprio limite.
Dopo il titolo conquistato nel 2024, Boston ha vinto 56 partite nella scorsa regular season nonostante la lunga assenza di Tatum, ma il cammino si è interrotto al primo turno dei playoff proprio contro Philadelphia, dopo aver dilapidato un vantaggio di 3-1 nella serie.
Stevens ha inoltre ricordato quanto le nuove regole NBA relative agli apron abbiano progressivamente ristretto il margine operativo delle squadre più costose.
"Quando la lega ha introdotto queste regole, sapevamo che la nostra finestra per superare determinate soglie sarebbe durata soltanto un paio d’anni", ha aggiunto. "Il problema non riguarda esclusivamente la spesa, ma le limitazioni nelle trade, nella gestione delle future scelte e nella costruzione del roster".
Per competere nella NBA attuale, secondo Stevens, è diventato indispensabile disporre di una squadra più profonda e di un maggior numero di giocatori capaci di contribuire ad alto livello. Con una percentuale enorme del salary cap e dell’utilizzo offensivo concentrata su Brown e Tatum, Boston rischiava invece di avere sempre meno strumenti per completare la squadra.
La trade ha consegnato ai Celtics un veterano come Paul George, due scelte al primo giro e due al secondo, ma soprattutto una maggiore flessibilità futura. Resta da capire come Stevens utilizzerà queste risorse e se l’operazione rappresenti già la nuova direzione della franchigia oppure soltanto il primo passo verso un’altra grande mossa.
Una cosa, però, appare ormai chiara: Boston non ha ceduto Jaylen Brown perché non potesse più permetterselo. Lo ha ceduto perché il front office non era più convinto che continuare con lo stesso nucleo fosse la strada migliore per vincere un altro titolo.